| Una
precisa analisi delle nostre sensazioni di fronte a un'opera d'arte
ci porta a riconoscere che i capolavori agiscono su di noi in
modo differente a seconda del nostro retaggio culturale, del nostro
sistema nervoso centrale, del nostro grado di eccitazione e del
piacere estetico che riescono a provocare. Ogni emozione percepita
potrebbe corrispondere alla gioia che nasce dalla certezza di
aver raggiunto una conoscenza (appannaggio di chi scopre una verità
o di colui al quale viene rivelata). Il sapere non è limitato
al mondo sensibile ma è proprio della sfera del pensiero,
ha valore di linguaggio per lo spirito e potrebbe aprire la strada
verso il mondo intellegibile. Di solito il pubblico si pone di
fronte a un lavoro artistico munito solo del criterio del gusto:
ma il segreto dell'arte sfugge alla sola inclinazione e il suo
giudizio non si avvicina neanche al suo significato essenziale.
Davanti alle opere di Dina Cangi potrebbe tornare sovrana la domanda
di sempre sulla possibilità o meno di decifrare un'opera
d'arte contemporanea e in quale modo. Per comprendere i suoi lavori
occorre entrare in sintonia con le sue componenti iconografiche
e mentali in quella stessa valenza data, più o meno consciamente,
dalla pittrice.
Quello della Cangi è un modo più di percepire e
sentire che di raccontare, una volontà di ascoltarsi interiormente
per identificare le tracce delle immagini che sono già
in lei, dove il colore potrebbe essere simbolico, il ritmo compositivo
significativo e dove spazi e volumi potrebbero avere un valore
intrinseco con i loro suoni silenti, con le loro urla soffocate
o in quei bagliori improvvisi di luce.
Per la pittrice aretina il problema dlla luce è una questione
di rapporti, di contrasti, di stratificazione di materia tra chiaro
e scuro dove l'uno prende il vita, si muove e si espande proprio
in funzione dell'altro. Una luce che si propone come una sorta
di forza della natura che delinea un trasfigurante paesaggio interiore
che stimola a oltrepassare il dato di superficie proponendoci
visiono alla stregua di un sogno, di un miraggio o di un lontano,
vago e polveroso ricordo. Da una parte il bagliore ci apre allo
spazio infinito e indefinito del fondo, dall'altra, nel suo svilupparsi
all'interni dei volumi, ci traspone come all'interno di un frammento
geologico che ci induce alla geomanzia. Nel mondo di Dina Cangi
c'è come il gusto per una nuova rovina che potrebbe significare
una sorta di coscienza del passato nella piena consapevolezza
del suo superamento. Quello della pittrice toscana è dunque
un percorso cosciente nella tradizione alla costante ricerca di
una libertà da regole convenzionali, cercata attraverso
un persoale rapporto con la storia dell'uomo. In fondo la sua
militanza nell'arte della nostra contemporaneità sta proprio
nell'usare l'espressione artistica con la mente indipendente dall'assillo
di una sistematica necessità di novità, a vantaggio
di un'attenzione alle esigenze della propria interiorità.
L'episodio delle sirene nell'Odissea di Omero potrebbe chiarire
meglio questo concetto: Ulisse, il solo autorizzato ad ascoltare
il mortale canto di quegli esseri diabolicamente affascinanti,
ha mani e piedi legati all'albero maestro, mentre i compagni remano
rabbiosamente, fedeli ai precedenti ordini, per condurre l'imbarcazione
in salvo tra Sicilia e Cariddi. Dina potrebbe essere considerata
il moderno Ulisse, attratta dal sapere assoluto offerto dalle
sirene (facili forme d'arte effimera richiesta dalla società-mercato)
e tentata a lasciare il duro e costante lavoro dello studio per
abbracciare mezzi espressivi meno ardui. La postura di Ulisse
bloccato all'albero maestro potrebbe corrispondere a quei parametri
che Dina si è imposta per fare arte: un perimetro predefinito
entro il quale far muovere le sue forme interiori. I compagni
di viaggio ben indottrinati potrebbero raffigurare la cieca fiducia
nel passato, il suo voler creare un continuum tra arte antica
e comtemporanea, dove il dipingere diventa un'esigenza fisiologica,
tanto importante quanto bere o respirare. Spesso siamo portati
a riconoscere ciò che è già noto in noi oppure
ciò che ci appare familiare (ignorando il concetto freudiano
secondo il quale basta dare il nome ad una cosa per farla esistere).
E' per questo che, comunque, Dina potrebbe diventare lo specchio
dei reperti di ognuno di noi, il riflesso della nostra memoria
archeologica (altro termine caro a Freud nel definire lo scavo
dell'analista nella mente del paziente).
Il progetto espressivo della Cangi non è certo finalizzato
a fissare immagini statiche sopra la superficie del quadro, bensì
a inseguire le tracce di quelle icone che, a livello mentale,
si intrecciano e si frantumano costantemente in un rincorrersi
mai troppo quieto. Una proposizione di esiti possibili e di necessità
probabili inserite in un medesimo ciclo creativo, aperto e continuamente
riformulato, che mira a delineare nuove prospettive di itinerario
interiore.
Ogni suo dipinto diventa così un luogo di immagini ideali,
di ammiccamenti, di analogie inserite in uno spazio relazionale.
Una dimensione memoriale svincolata da ogni puntualizzazione referenziale
occasione o troppo razionale, e sospinta verso una presupposta
naturalità lirico-esistenziale. Lavori che si presentano
come un campo di manifestazione e di recupero di una archeologica
urgenza immaginativa. Non una fantasia evocante, ma una evocazione
del fantasticare mirata a istituire una sorta di fenomenologia
del possibile favolistico entro quel codice allusivo che potrebbe
corrispondere alla mappa geologica dell'io umano dell'artista. |